Stimoli critici - il senso del fare architettura oggi.


La rivista  "Area", per celebrare il suo duecentesimo numero, ha deciso si porre dieci domande a venti importanti architetti internazionali. In questo breve testo vorrei riportare alcuni passi che mi hanno particolarmente colpito (citazioni in ordine alfabetico e neretto non presente nel testo originale)

Mario Botta dice ". Il passato è il vero, grande maestro del contemporaneo. (In oltre) si costruisce 'per', non si può costruire 'contro' qualcosa o qualcuno. L'edificio possiede un'accettazione positiva, per trasformare con una pietra sul terreno un pezzo di natura in un pezzo di cultura".

Odile Decq a riguardo della A I afferma: " Spesso, quando si parla di Al, ci si riferisce a tecnologie sviluppate dalle grandi aziende americane.(...). Sappiamo che l'intelligenza artificiale è una macchina che elabora dati: più dati si forniscono, più le sue risposte riflettono la cultura da cui provengono quei dati. Se non stiamo attenti, la cultura europea rischia di essere scomposta, assorbita da un'intelligenza artificiale modellata su dati americani. Per questo è importante promuovere lo sviluppo di Al europee, alimentata dai dati raccolti in Europa.".

Michele DE Lucchi di fatto va alla radice del fare architettura: "Nell'ascensore del nostro studio c'è un cartello che recita: "Non dare ai clienti ciò che vogliono, ma ciò che non hanno mai sognato di sognare". Questo è il primo pensiero che ci viene in mente quando iniziamo un progetto: si tratta di come superare il limite del prevedibile. Ogni progetto parte con una lista di argomenti, di cose da seguire, da fare, da rispettare, ma in genere non è in questo elenco che si collocano le vere motivazioni.”

A propositi di Le Corbusier (della sua famosa definizione di architettura che sembra ignorare il concetto di “materiale”) De Lucchi afferma " Le Corbusier era figlio del suo tempo. Oggi viviamo in un'epoca di cambiamenti esponenziali. Quando Le Corbusier iniziò a progettare, l'ambiente culturale era stabile, quasi immutabile.(...). Dal tempo di Le Corbusier è successo una cosa importante: l'ecologia ha iniziato a pesare davvero. Non riesco più a guardare il cemento, neanche l'asfalto. Il cemento è comodo, certo, ma è anche un materiale molto sterilizzante. (…) Il cemento quando si demolisce non consente di far crescere più niente". Relativamente alla monumentalità (ossia sia ancora ammissibile ai nostri giorni) risponde "Se non ci fosse la monumentalità, o meglio, il valore simbolico delle cose che facciamo, saremmo perduti. Le cose puramente funzionali non ci servono. La maggior parte degli edifici costruiti negli anni '80 in poi non funzionano più, (…) sono edifici che andrebbero abbattuti e ricostruiti per diventare realmente abitabili. Le cose vanno fatte con una mentalità nuova, che appartiene alla propria epoca ma che è anche capace di tenere il passo con i cambiamenti esponenziali, è necessaria una sensibilità verso la natura. Noi qui in studio diciamo sempre: "Quello che possiamo portare in architettura è il senso della fertilità", nel senso che una volta costruita un'opera non deve e non può morire". Ragionando sulla dicotomia arte-pragmaticità dice in modo mirabile: " il lavoro degli artisti, così come quello degli architetti, nel nostro caso, ma anche di tutte le altre professioni o di chiunque desideri vivere la propria vita nel modo più onesto possibile, ha sempre lo scopo di cercare il senso dell'esistenza. Se non lo troviamo, non saremo mai del tutto soddisfatti nella nostra vita. Possiamo ricorrere a tutta l'Intelligenza Artificiale che vogliamo, ma se non scopriamo il senso dell'esistenza non ne usciamo .Questo è il senso profondo del nostro lavoro: artisti o meno, scienziati, burocrati, tecnologi, tutti coloro che coltivano un dialogo interiore."

Massimiliano Fukas, afferma "Io credo che l'architettura faccia parte del mondo dell'arte, e in quanto tale debba esprimere qualcosa, debba aiutare le persone a partecipare al mondo dell'espressione e della creazione. Un mondo che ti aiuta a comprendere, a sentire, a sensibilizzarti. Questo per me è un obiettivo fondamentale. Non c'è un tema che tutti seguono. Alcuni pongono l'attenzione sull'ambiente, altri sulla tecnologia, altri ancora sul sociale o sull'estetica. È proprio questa la ricchezza dell'architettura: il fatto che non sia mai uguale, che rifletta la pluralità delle visioni di chi la crea". Poi esprime un interessante concetto a riguardo dell'omologazione odierna delle città: "Le città si sono sempre somigliate tutte, per la presenza delle stesse dinamiche economiche e produttive. Ma è proprio per questo che le singolarità sono importanti. Le identità specifiche dei luoghi, dei contesti, delle culture possono e devono essere una risposta a questa omologazione. E poi anche nell'antichità c'era una certa uniformità. I Romani, ad esempio, quando fondavano una città, seguivano uno schema preciso: la Basilica, la Curia, il Teatro, la Palestra, il Circo... erano tutti elementi ricorrenti. Quindi non lo definivo un problema contemporaneo, ma una costante storica che ci spinge a far emergere la nostra identità.". Come anche De Lucchi afferma " Un architetto non deve limitarsi a fare "una casa": a lui viene chiesto qualcosa di più. Deve far sognare un po' le persone. Altrimenti, cosa ci sta a fare?" e continua "L'architettura è sempre una domanda, una domanda aperta, qualcosa di inaspettato, E la risposta che le dai, se è vera, è una risposta per gli esseri umani. Perché è di questo che si tratta: l'architettura è fatta dagli uomini. È un'arte di pace, non di guerra. È un'arte che mette le persone in condizione di incontrarsi, di vivere bene insieme. E se sei in uno spazio pensato così, ti senti bene, (...) E questo, per me, è il senso ultimo dell'architettura"

Lina Ghotmeh (giovane architetta libanese) mette a fuoco quella che ritiene di fatto la priorità oggi in architettura: “Che si tratti di lavorare su un edificio, sperimentare materiali o esplorare nuove relazioni con la natura, il nostro ruolo è aiutare l'architettura a diventare un veicolo di conoscenza, memoria e connessione. La sostenibilità è centrale in questo. Il nostro lavoro deve considerare non solo i bisogni presenti, ma anche le generazioni future, la vita non umana, gli ecosistemi e il clima. Ciò significa abbracciare tecnologie rigenerative, pensiero circolare e scelte consapevoli dei materiali. Le materie locali e artigianali sono importanti, non solo per il loro minore impatto ambientale, ma perché portano con sé memoria, continuità culturale e identità storica. Ma la sostenibilità non è solo ecologica. Deve anche riguardare la sfera sociale. Mentre l'accelerazione tecnologica porta a una crescente disconnessione tra le persone, l'architettura può contribuire a ricostruire una presenza condivisa.

Abbiamo bisogno di spazi per l'incontro, la riflessione e la memoria collettiva. Gli edifici non dovrebbero solo offrire riparo ma dovrebbero respirare; dovrebbero rispondere al corpo, al rito, ai ritmi della natura. Ugualmente essenziale, anche se meno tangibile, è il dialogo continuo tra tradizione e modernità”.

Poi interrogata sulla dicotomia "arte- scienza" dice :" Personalmente non vedo una frattura tra scienza e arte, né tra ragione e intuizione. Questa dicotomia - la separazione tra razionalità ed emozione - è, a mio avviso, qualcosa da cui ci stiamo lentamente allontanando. Per me l'arte ha una funzione. Ci guida nel regno dell'emozione. Ci aiuta a porre domande spesso critiche sul nostro tempo, su eventi che non sempre possono essere espressi direttamente. L'arte documenta la storia. Muove, provoca, interroga. Svolge un ruolo vitale. Allo stesso modo, l'architettura possiede sia una dimensione artistica che funzionale. Contiene l'emozionale, l'intuitivo, l'incomprensibile, ma al contempo deve rispondere a requisiti concreti e pratici. Serve a uno scopo, ma va anche oltre. Troppo spesso abbiamo permesso che la funzionalità venisse separata dalla bellezza. Abbiamo finito per considerare l'utilità come qualcosa che deve esistere separatamente dall'estetica e questo ha portato a un mondo in cui le strutture sono spogliate di sensibilità e perfino di dignità. Così facendo, abbiamo creato una sorta di tabù attorno alla bellezza, come se fosse qualcosa di superfluo o di non necessario, quando invece è essenziale per la vita umana.

(…) la bellezza come una condizione di sopravvivenza: non superficiale, ma intrinseca, radicata nel modo in cui uno spazio funziona, come si percepisce e si connette alle persone che lo abitano. In questo senso, l'architettura rimane profondamente intellettuale e interpretativa. È un atto narrativo, è culturale, emotiva e critico. E, in tutto e per tutto, è una forma d'arte."

Ragionando invece sulla AI mette in luce un aspetto interessante:" C'è qualcosa di profondamente prezioso nell'errore umano e specialmente nel processo creativo. Quando costruiamo modelli fisici o testiamo idee, spesso scopriamo cose non pianificate. Questi cosiddetti "errori" possono aprire strade completamente nuove. L'IA non inciampa. Non sorprende allo stesso modo."

Infine sulla questione tipologica afferma :" gli edifici non sono mai neutrali ma sono sempre atti culturali, emotivi e politici. Per questo mi allontano anche dalle tipologie fisse. Le nostre vite oggi sono ibride, fluide e in costante cambiamento. Un museo oggi può essere una classe, un'assemblea pubblica o un parco giochi. Una biblioteca può diventare un laboratorio, un rifugio o una piazza civica. Non un progetto per categorie rigide ma un progetto per comportamenti, atmosfere e potenzialità.

(Gli edifici) devono suonare con il corpo, stimolare la memoria e invitare alla riflessione. L'architettura non è mai solo fisica, ma è anche metafisica. In questo senso, è sempre più di un "tipo". È una domanda, un gesto, un sussurro."

Steven Holl (in assoluto uno dei miei riferimenti, un maestro!) si concentra molto sugli aspetti fenomenologici a lui (e ormai anche a me) molto cari :"Pochi urbanisti parlano delle importanti caratteristiche fenomenologiche che determinano la qualità della vita delle città: l'energia spaziale e il mistero, la qualità della luce, del suono e degli odori. Questi fenomeni sono unici per ogni città: l'aspetto orizzontale della luce solare in luoghi come Helsinki (collocata a 60° di latitudine nord) conferisce un carattere e una qualità speciali agli spazi urbani." e così ci illustra le differenze di città come Helsinki, Roma, Barcellona, Lisbona a e New York non in termini "architettonici" ma di qualità della luce!

Sulla questione se l'architettura oggi sia diventata ancor di più interdisciplinare e se questo di fatto tenda ad annullare la singolarità dell'architetto, Holl ha le idee chiare:" Il pensiero di gruppo è centrale nella cultura aziendale e commerciale, ma non genera mai opere di intensità artistica. Siamo forse giunti alla fine dell'autorialità? Siamo in un momento in cui essere uno scrittore, una voce individuale e distinta rappresenta qualcosa di superato? Siamo disposti a leggere solo testi prodotti rapidamente dall'intelligenza artificiale? La creazione di una poesia originale, di una canzone originale, di una scultura originale deve essere il frutto di uno sforzo creativo individuale, nello spirito dell'autorialità. L'importanza delle preoccupazioni sociali e ambientali del nostro tempo dovrebbe forse cancellare il concetto stesso di autore?"

Di Franco Purini sottolineo la coerenza con un principio che lui ritiene basilare:" Il mio modo di lavorare non è mai cambiato. L'architettura, lo ripeto, ha una sua logica che non cambia mai, nella quale è fondamentale il confronto costante tra tettonica e architettura". E' evidente la differenza di approccio, ad esempio, rispetto a Lina Ghotmeh che appartiene ad una (forse anche due) generazione diversa o ad esempio a B. Tagliabue (vedi sotto) che vede perlopiù mutamento e flessibilità.

Benedetta Tagliabue, che più volte nell'intervista dichiara di divertirsi molto ( a giare città, a confrontarsi etc), si fa portavoce di un concetto diverso rispetto a quello di Purini, che potremmo definire "elastico":" Il mestiere dell'architetto è “davvero bello perché implica molte attività e si può analizzare sotto molti punti di vista. Anche per questo la formazione di un architetto è una delle migliori. Noi architetti abbiamo la capacità di adattare questa disciplina a una situazione o a un mondo in continua evoluzione; e sappiamo bene come la nostra realtà stia cambiando moltissimo. L'architettura  si sta adattando con molta forza a tutto questo, e deve farlo sempre di più. Le nuove generazioni stanno trovando altri sistemi per organizzare la propria disciplina di architetti: un esempio può essere l'autocostruzione, oppure avvicinare l'architettura all'arte, o sviluppare una maggiore sensibilità nei confronti delle tecniche del riciclo e del riuso."

51N4E, in particolare Harold Vermeiren, affronta il Tema del riuso come centrale :" Una delle cose che stiamo notando è la crescente consapevolezza circa la scarsità e la provenienza dei materiali; una presa di coscienza che deve rappresentare il punto di partenza del ragionamento, ancora prima di pensare a cosa un materiale dovrebbe esprimere o comunicare all'interno di uno spazio. Nel nostro studio crediamo fortemente nel riuso più che nell'impiego di materiali nuovi, un campo ancora nelle sue fasi iniziali e sperimentali. (…) Sfortunatamente l'utilizzo di materiali nuovi rappresenta ancora oggi un rischio minore all'interno di un progetto, un fattore che diventa fondamentale in un settore già sensibile ai cambiamenti economici e globali. Inoltre molto spesso i materiali di recupero sono più costosi di quelli nuovi.

Nonostante ciò, abbiamo sperimentato attivamente il riuso in diversi nostri progetti con l'obiettivo di sviluppare prototipi ed esempi a cui altri possano ispirarsi. (per esempio nel progetto) TRACK, la trasformazione di un ex museo presso la stazione di Bruxelles Nord in uno spazio ad uso misto(...)il riuso viene applicato soprattutto nei confronti di materiali di alto valore come la pietra naturale, il legno o l'alluminio, mentre il nostro approccio è stato completamente diverso cercando di recuperare quei materiali quotidianamente spesso trascurati - canali di ventilazione, canaline per cavi, corpi illuminanti che di solito vengono scartati. Questo approccio ha rappresentato una vera e propria sfida (...) Per far funzionare questi elementi, abbiamo dovuto effettuare delle sottili modifiche: levigatura, verniciatura, combinazioni. Si tratta di riuscire a trovare un nuovo valore nell'ordinario attraverso un design attento e calibrato".

Patricia Viel invece va in una direzione contraria rispetto all'uso dei materiali naturali :"I materiali sono, in fondo, uno degli strumenti a nostra disposizione per risolvere problemi semplici. La ricerca sui materiali che si sta conducendo oggi ha prevalentemente un carattere industriale, e questo per una ragione molto concreta. Mi riferisco, in particolare, ai metalli, alle ceramiche, al vetro: materiali prodotti all'interno di filiere consolidate, pensati per prestazioni tecniche e durabilità. I materiali naturali, invece, sono ormai rari, preziosi, e dovrebbero essere utilizzati solo quando davvero ne vale la pena. Il loro impiego deve avere un senso, una giustificazione progettuale e culturale. (…) Oggi, infatti, i materiali devono essere certificati e conformi a specifiche normative. Un materiale proveniente da una produzione industriale ha il vantaggio di poter essere riciclato, reimpiegato più volte(...) Penso, per esempio, al cemento, alle ceramiche, ai materiali ricostruiti, ai compositi. Al contrario, i materiali naturali pur dotati di una forza espressiva unica e insostituibile - segnano la propria fine già nel momento in cui vengono utilizzati. Una volta messi in opera, difficilmente possono essere recuperati o riutilizzati. Ecco perché bisogna essere molto cauti nel loro impiego: vanno usati con rispetto, solo quando la qualità del progetto lo richiede davvero.”

Cino Zucchi assume un atteggiamento molto pragmatico: " Oggi talvolta siamo solo dei grandi decoratori all'interno di un processo totalmente in mano agli immobiliaristi e spesso mi chiedo se noi architetti siamo più dei demiurghi o dei decoratori. Forse siamo più simili ai registri che cercano di coordinare tante discipline diverse di cui sappiamo qualcosa, con lo scopo principale di dare un senso e un obiettivo a un lavoro collettivo".

Relativamente alla "globalizzazione" e di conseguenza "autoreferenzialità" afferma :" Oggi ci sono edifici che tendono a esibire la loro stessa forma e in questo senso si avvicinano all'architettura autoriale o alla "corporate identity". Si passa dall'architettura che simboleggia l'autore a quella che simboleggia la potenza di alcune istituzioni private. Oggi c'è bisogno di luoghi riconoscibili e iconici, ma il problema è come realizzarli conferendogli un significato pubblico - pensiamo ai palazzi fiorentini nonostante siano privati. Ma ci sono altri tipi di monumento, con una scala molto diversa, come le infrastrutture,(...). Le Corbusier ad esempio con il piano di Algeri tentò di mettere in relazione una autostrada sopraelevata abitata con il paesaggio. La domanda oggi è la seguente: i monumenti sono ancora quelli antichi della città o esistono nuove forme monumentali non ancora conosciute?"

L'architetto che in qualche modo maggiormente mi risuona (in queste interviste) è Vo Trong Nghia, giovane architetto vietnamita.

Alla domanda che cerca di analizzare le necessità che l'architettura oggi dovrebbe risolvere, risponde:

“Credo che la questione principale oggi è quella ambientale. (...) gli effetti dei cambiamenti climatici sono particolarmente gravi. (...) Come architetti, ovunque nel mondo, dobbiamo occuparci attivamente della lotta al cambiamento climatico in quanto rappresenta la sfida più urgente del nostro tempo. L'approccio del nostro studio consiste nel cercare, da un lato, di proteggere l'ambiente e, dall'altro, di ristabilire un legame profondo tra le persone e la natura. Questo è altrettanto essenziale, perché l'espansione incontrollata dell'urbanizzazione, i conflitti globali e le catastrofi climatiche hanno effetti devastanti sull'economia dei paesi e contribuiscono a un crescente senso di ansia e depressione nella popolazione.

(…) Come architetti, riteniamo che non abbiamo solo la possibilità, ma anche la responsabilità di aiutare le persone a riconnettersi con la natura. In passato pensavamo di poter controllare e sviluppare tutto a nostro piacimento, trascurando totalmente l'ambiente, ma questo approccio ha generato gravi problematiche che oggi si manifestano anche a livello psicologico. Credo che questa disconnessione sia stata una delle cause principali dell'instabilità mentale che stiamo vivendo. La nostra più grande sfida, quindi, è proteggere non solo l'ambiente, ma anche il nostro equilibrio interiore. Dobbiamo preservare la nostra salute mentale

A riguardo dei materiali afferma “Credo che sia fondamentale privilegiare l'uso di materiali locali, sia per ridurre l'impatto ambientale, sia per valorizzare le risorse del territorio. Qualunque materiale reperibile in loco rappresenta una scelta più sostenibile. “ E continua:

“Quando progettiamo architettura, dobbiamo considerare elementi come l'aria, la luce solare, l'acqua, la vegetazione non solo come condizioni esterne, ma come veri e propri materiali da integrare all'interno del progetto. Possiamo e dobbiamo costruire in modo da incanalare e sfruttare l'energia del vento, raccogliere l'acqua piovana e nutrire le piante che crescono intorno e all'interno dell'edificio. Possiamo utilizzare pannelli solari per trasformare la luce del sole in energia. Sappiamo già come realizzare edifici a emissioni zero ed è proprio su questo aspetto che ci concentriamo maggiormente quando parliamo di materiali e sostenibilità.”

Introduce poi un aspetto “metodologico” che è anche filosofia di vita:

“Mi sono formato in Giappone, dove era normale imparare e lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Quando sono tornato in Vietnam, il ritmo era altrettanto intenso. Poi però sono andato in Myanmar a meditare nella foresta per tre anni. Non avevo un vero ambiente di lavoro, perché dedicavo l'intera giornata alla meditazione. Di conseguenza, riuscivo a lavorare solo mezz'ora o un'ora al giorno, mentre il resto del tempo lo impiegavo per praticare la meditazione e migliorare la mia concentrazione. Questa pratica mi ha permesso di essere estremamente produttivo in quel periodo: lavoravo in brevi intervalli ma con una concentrazione estrema. (…) Attraverso la meditazione, le intuizioni arrivano senza sforzo; diventiamo più consapevoli di noi stessi e dell'ambiente che ci circonda, liberando la mente dal sovraccarico di pensieri e rendendola chiara e lucida.”

E' un modo di intendere la vita “molto orientale”..ma se funziona lì perchè non potrebbe essere applicabile anche qui? Del resto anche De Lucchi ha dimostrato di essere, a suo modo, molto "zen"!

Ci sarebbero molte altre cose da dire, approfondire temi...ma lo lascio ad un prossimo post.


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