Zumthor e Holl: Costruzione VS Metafora?
Marco Biraghi, nel suo "Storia dell'architettura contemporanea" (di cui consiglio la lettura), nel volume II parla di Zumthor nel capitolo 17 ("L'arte di sottrarre" che potremmo tradurre con 'minimalismo') e di Holl nel capitolo 18 (" Il disordine del discorso" che potremmo tradure con 'decostruttivismo').
A proposito di Zumthor dice:
"(..) è costante una stringatezza, una concisione che non hanno nulla a che fare con la dimensione estetica, e che discendono piuttosto dall'adeguatezza della costruzione al luogo e alle circostanze"
ed ancora:
"Atmosfera (...) In alcune occasioni egli la chiama anche 'magia del reale':
<< magia del reale è per me quell'alchimia che trasforma le sostanze materiali in sensazioni umane, quel momento particolare di appropriazione emotiva o di trasformazione di materia e forma nello spazio architettonico>>"
Quindi, afferma Biraghi, più che di forma si dovrebbe parlare di "procedura" (a Vals il taglio e riassemblaggio delle pietre, nella cappella di Eiffel la carpenteria lignea che poi viene bruciata,...)
e si arriva all'apparente paradosso che l'architettura inserita nel paragrafo dell' "arte di sottrarre" è in realtà un'arte del "dilatare" perché trasforma la materia in sensazioni, in atmosfere appunto.
Nei confronti di Steven Holl è in apparenza più severo e quasi mette in discussione ciò che lo stesso architetto esprime nei sui testi teorici.
Dice infatti: "dall'uso sapiente dei materiali e dal perfetto controllo della loro composizione promana ciò nondimeno una sensazione di freddezza, di mancanza di vita (...)"
e poche righe dopo
"si coglie (...) la percezione dell'insufficienza, nell'epoca odierna, di un'architettura che sia 'semplicemente' forma e materia, e della necessità di dotarla di un' 'armatura' filosofica che ne legittimi maggiormente l'esistenza; una dotazione che tuttavia, nel caso degli edifici di Holl, risulta spesso fragile o valida soltanto in determinate circostanze"
e se non fosse ancora sufficientemente chiaro riafferma:
"(...) i dispositivi concettuali risultano inesorabilmente più deboli e meno essenziali della stessa architettura"
Ma non è una stroncatura, è quasi la critica di un "ammiratore" a cui piacciono le opere ma ne contesta la pretesa-stampella teorica, tant'è che afferma "(...) nulla più che 'metafore diagrammatiche' capaci di dare espressione linguistica a una pratica che rimane nella sostanza architettonica" mentre in Eisenman - ad esempio - avviene il contrario: la teoria è essenziale e vive anche a dispetto della sostanza architettonica, può anche rimanere sulla carta, diventare "architettura di cartone"
la Simmon's Hall può infatti essere paragonata ad un organismo-spugna soltanto a condizione che adempia alla propria realtà di organismo architettonico, ovvero nella misura in cui riesce a fare discendere le qualità della spugna dalla realtà delle leggi costruttive.
Detto altrimenti: soltanto allorché si fa architettura, la spugna può aspirare a divenire anche metafora.
E ciò non può che accadere a posteriori"
Il critico quindi ribalta la questione: Holl produce dell'architettura (tettonica la chiamerebbe Frampton) che poi cerca di legittimare con incursioni nel mondo della filosofia, della fenomenologia, della metafora,.....
Non so se la tesi di Biraghi mi convince completamente, probabilmente spesso Holl parte effettivamente da "limited concepts" ma a volte vi ricorre anche un po' a posteriori per poter meglio comunicare e "ammagliare" ma, a mio modo di vedere, sia le sue architetture che quelle di Zumthor sono affascinanti e convincenti.
Ma proviamo ad approfondire
“Cominciamo ogni progetto con uno studio del programma e una visita al sito. Ci piace cominciare più aperti possibile: sperimentare e “testare” le proprietà spaziali o prospettiche da cui i concetti emergeranno. Non è necessariamente una sola idea ma un complesso di idee che formano l’ossatura del progetto. Il significato di un’opera architettonica appare quando trovi il modo di connettere tutti questi fili assieme.”
In altre parole Zumthor pensa sempre all'interno della disciplina architettonica, pensa a spazi reali, a tecniche costruttive, ad esperienze di atmosfere vissute in un luogo costruito, pensa come pensa un costruttore o un falegname od un fabbro.
(post originario in Das Andere 2013)
Quindi, afferma Biraghi, più che di forma si dovrebbe parlare di "procedura" (a Vals il taglio e riassemblaggio delle pietre, nella cappella di Eiffel la carpenteria lignea che poi viene bruciata,...)
e si arriva all'apparente paradosso che l'architettura inserita nel paragrafo dell' "arte di sottrarre" è in realtà un'arte del "dilatare" perché trasforma la materia in sensazioni, in atmosfere appunto.
Nei confronti di Steven Holl è in apparenza più severo e quasi mette in discussione ciò che lo stesso architetto esprime nei sui testi teorici.
Dice infatti: "dall'uso sapiente dei materiali e dal perfetto controllo della loro composizione promana ciò nondimeno una sensazione di freddezza, di mancanza di vita (...)"
e poche righe dopo
"si coglie (...) la percezione dell'insufficienza, nell'epoca odierna, di un'architettura che sia 'semplicemente' forma e materia, e della necessità di dotarla di un' 'armatura' filosofica che ne legittimi maggiormente l'esistenza; una dotazione che tuttavia, nel caso degli edifici di Holl, risulta spesso fragile o valida soltanto in determinate circostanze"
e se non fosse ancora sufficientemente chiaro riafferma:
"(...) i dispositivi concettuali risultano inesorabilmente più deboli e meno essenziali della stessa architettura"
Ma non è una stroncatura, è quasi la critica di un "ammiratore" a cui piacciono le opere ma ne contesta la pretesa-stampella teorica, tant'è che afferma "(...) nulla più che 'metafore diagrammatiche' capaci di dare espressione linguistica a una pratica che rimane nella sostanza architettonica" mentre in Eisenman - ad esempio - avviene il contrario: la teoria è essenziale e vive anche a dispetto della sostanza architettonica, può anche rimanere sulla carta, diventare "architettura di cartone"
La Simmon's Hall al Mit diventa per Biraghi la cartina di tornasole: Holl parla dei concetti di "porosità" e di "permeabilità": la metafora è quindi quella della spugna.
Il risultato è un parallelepipedo crivellato di vuoti retto da un esoscheletro strutturale regolare che appunto permette l'apertura di grandi fori asimmetrici ed irregolari. da ciò deriva che
"due logiche contrapposte risultano così messe a confronto: la logica rigorosa tettonica, che genera lo scheletro, e la logica meno ferrea dell'infrazione alla regola geometrica, che si fa largo liberamente(...)
A fronte di ciò, la metafora della spugna mostra i suoi limiti:la Simmon's Hall può infatti essere paragonata ad un organismo-spugna soltanto a condizione che adempia alla propria realtà di organismo architettonico, ovvero nella misura in cui riesce a fare discendere le qualità della spugna dalla realtà delle leggi costruttive.
Detto altrimenti: soltanto allorché si fa architettura, la spugna può aspirare a divenire anche metafora.
E ciò non può che accadere a posteriori"
Il critico quindi ribalta la questione: Holl produce dell'architettura (tettonica la chiamerebbe Frampton) che poi cerca di legittimare con incursioni nel mondo della filosofia, della fenomenologia, della metafora,.....
Non so se la tesi di Biraghi mi convince completamente, probabilmente spesso Holl parte effettivamente da "limited concepts" ma a volte vi ricorre anche un po' a posteriori per poter meglio comunicare e "ammagliare" ma, a mio modo di vedere, sia le sue architetture che quelle di Zumthor sono affascinanti e convincenti.
Ma proviamo ad approfondire
In Casabella n.639 (Stabwerk, di Chiara Baglione) leggiamo una dichiarazione di "metodologia" di Peter Zumthor:
" Stai cercando qualcosa, cominci esprimendo in parole ciò che desideri, all'improvviso ecco una forte immagine iniziale, o la sensazione di un'atmosfera, provocata dal luogo e dal compito assegnato. Poi il processo inizia, cominci a capire, a razionalizzare. Alcune immagini vengono abbandonate, sostituite da altre, altre ancora rimangono e vengono arricchite. Il processo che porta dall'idea alla forma architettonica è dialettico. Da una parte vi sono il corpo e l'anima, la mente che si fa domande, dall'altra l'intelletto che comprende e controlla. Quanto più l'idea iniziale è porosa ed espansiva, tanto più si ottengono risultati"
In " Steven Holl e la fenomenologia della percezione" Appunti da una lezione tenuta a La Plata, 2005 di Renato Bocchi ( vai al link ) si legge una specifica dichiarazione di "metodologia" di Steven Holl (per altro già espressa in un nostro post precedente in Das Andere, vedi post)
“Lavoro con la strategia di un ‘concetto limitato’ che si riformula per ogni sito e per ogni specifico programma. In 20 anni ho sviluppato intenti generali, ma in ogni progetto quello che guida è un ‘concetto limitato’. Questo penetra violentemente nel processo e produce situazioni a volte sorprendenti.
Dall’inizio di ogni progetto, dopo aver analizzato il luogo e il programma (e a volte dopo qualche falsa partenza) decidiamo per un concetto centrale (o vari concetti), uniti a alcuni schizzi spaziali poco precisi.Poiché le circostanze di ogni luogo sono uniche, cerchiamo soluzioni equilibrate e particolari.
Il concetto, espresso nel diagramma e nelle parole, aiuta a focalizzare e sintetizzare una molteplicità di aspetti "Il concetto, espresso nel diagramma e nelle parole, aiuta a focalizzare e sintetizzare una molteplicità di aspetti.”
Ed ancora:“Cominciamo ogni progetto con uno studio del programma e una visita al sito. Ci piace cominciare più aperti possibile: sperimentare e “testare” le proprietà spaziali o prospettiche da cui i concetti emergeranno. Non è necessariamente una sola idea ma un complesso di idee che formano l’ossatura del progetto. Il significato di un’opera architettonica appare quando trovi il modo di connettere tutti questi fili assieme.”
Da questo, dice Bocchi, deriva l’uso esteso della metafora come attivatore del progetto.
Ma non è una metafora usata come nell’arte pop quale estensione di una figura a rappresentare un’altra figura o come nel lavoro di Aldo Rossi quale figura analoga che rimanda a un significato traslato poeticamente da un’immagine pittorica o letteraria o onirica oppure da una “forma tipologica”.E nemmeno precisamente come la usa spesso Eisenman traslando dal mondo scientifico o dalle tracce topografiche le regole fittizie del progetto.
E’ in genere una metafora usata come base concettuale per istituire la logica relazionale del progetto e per suggerirne gli esiti fenomenici.Dice infatti Holl
“La mia battaglia è di cercare ed estrarre il potenziale fenomenico dell’idea di partenza. Credo che la prova della verità dell’architettura stia nei fenomeni generati da un corpo che si muove nello spazio: una cosa che si può sentire e percepire anche senza capire l’intento programmatico dell’architetto. In questo senso l’architettura è un linguaggio universale”.A prima vista i due approcci non sono poi così diversi!
PZ dice : "...Stai cercando qualcosa, cominci esprimendo in parole... Quanto più l'idea iniziale è porosa ed espansiva, tanto più si ottengono risultati"SH dice: "...dopo aver analizzato il luogo e il programma (...) decidiamo per un concetto centrale (....), uniti a alcuni schizzi spaziali poco precisi...."
La differenza però c'è !
Dice Chiara Baglione di PZ: "Questa 'immagine iniziale' è sempre (...) un'immagine costruttiva, in cui la soluzione tecnica - il 'come fare'- il materiale e le qualità fisiche essenziali dello spazio che nascerà (..) sono inestricabilmente legati".Holl invece parte spesso da immagini fuori dal mondo dell'architettura: la bottiglia di luce a S.Ignazio, gli strani attrattori a Cranbrook, la regola della mano destra a Bellevue, il chiasmo a Helsinki, lo spartito musicale di Bartok nella Stretto House, l’esoscheletro della balena di Melville per la casa di Martha’s Vineyard, ecc.
Holl quindi deve "tradurre" tale immagine-concetto in architettura-costruzione mentre in Zumthor tale processo è già avvenuto fin dal primo momento.
Il metodo dell'americano è quindi potenzialmente più "pericoloso" di quello dello svizzero perché, se non controllato, può produrre facilmente oggetti scultorei mentre se l'immagine di partenza è già architettura il processo è già incanalato nella giusta direzione.
Ecco, almeno credo, l'avversione di Zumthor per la metafora...se non controllata da un maestro come Holl.





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